Simone Moro ritenterà la scalata invernale del Manaslu

Simone Moro

L’alpinista bergamasco Simone Moro tenterà nuovamente la scalata al Manaslu, impresa a cui aveva rinunciato lo scorso febbraio dopo due mesi passati sulla montagna in attesa di trovare le condizioni per l’assalto alla vetta.

Il Manaslu, con i suoi 8063 metri è l’ottava cima più alta dell’Himalaya e il prossimo inverno Moro sarà ancora lì, per tentare nuovamente l’impresa.

“Questa è una delle poche volte che,  appena tornato a casa, ho già chiaro in mente il mio piano: tornerò al Manaslu per la quarta volta e la partenza sarà all’inizio di dicembre di quest’anno – ha spiegato Simone Moro in un webinair nei giorni scorsi – Quindi, visto che siamo a metà marzo, mancano nove mesi alla mia nuova partenza”.

Simone Moro sarà in Nepal a dicembre e nella fase di acclimatazione sceglierà sul momento quale vetta scalare prima di recarsi al campo base del Manaslu il 21 dicembre.

“Non ho mai fatto l’Ama Dablam. Non è molto alto ( 6812 metri, ndr)  è un delitto essere stato tante volte dalle parti dell’Everest e non averlo ancora scalato”.

 

Manaslu, Simone Moro rinuncia “I miei limiti inferiori a quelli di questa montagna”

Simone Moro non scalerà in invernale il Manaslu, con 8.163 metri di quota l’ottava cima dell’Himalaya. Ad annunciarlo è stato lo stesso alpinista bergamasco che da due mesi vive in una tenda ai piedi della montagna nell’attesa di trovare le condizioni meteorologiche giuste per la scalata.

“Oggi finisce la mia spedizione invernale al Manaslu come componente della spedizione di Alex Txicon.
Le condizioni della montagna e meteorologiche anche quest’anno mi inducono a rinunciare.
I miei limiti e le mie capacità sono altamente inferiori a quelle della Montagna che ho incontrato in questi tre inverni.
L’accettazione di questo mi ha permesso fino ad oggi di sopravvivere ai miei sogni e far prevalere la testa al cuore”.

Per Simone Moro è il terzo tentativo senza successo di scalare il Manaslu in inverno dopo quelli del 2015 e del 2019. Alex Txicon rimarrà invece sulla montagna e tenterà la scalata fino all’ultimo giorno disponibile.

“È stato un inizio di anno tragico e difficile per tutto l’alpinismo e anche noi abbiamo dovuto gestire emotivamente il peso di questi lutti di amici e compagni di cordata che dal K2 non sono più tornati. I crepacci che abbiamo incontrato sulla via normale a metà gennaio e la variante nuova che Alex e noi tutti abbiamo aperto ha consumato i giorni più belli e stabili che io abbia mai incontrato in tutte le mie invernali. Purtroppo quando la variante è stata ultimata, l’inverno al Manaslu era tornato quello di sempre, venti fortissimi in quota intervallati da qualche giornata di nubi e nebbie e le solite seppur quest’anno deboli nevicate. Il vento ha strappato dalle creste la neve e l’ha depositata sulla parte medio bassa della montagna e procedere è sempre stata una lotta con sforzi immani per aprirsi la traccia, affondando spesso fino alla pancia, anche con le racchette da neve calzate”.

 

Simone Moro tenterà la scalata del Manaslu in invernale

Simone Moro

Simone Moro ha annunciato la sua nuova avventura in Himalaya. L’alpinista bergamasco tenterà la salita invernale del Manaslu che con i suoi 8.163 metri è l’ottava montagna più alta del mondo.

Per Simone Moro questo è il terzo tentativo; i primi, nel 2015 e nel 2018 lo avevano visto in compagnia di Tamara Lunger e di Pemba Gelje Sherpa e non andarono a buon fine perché era caduta in pochi giorni una quantità the di neve da rendere impossibile la scalata.

“Non ho mai amato lasciare progetti aperti e incompiuti. So perdere e accettare le sconfitte, ma non ho mai rinunciato alla motivazione su un progetto fino a quando non è stato chiuso e completato – ha spiegato Simone Moro – Quindi tornerò al Manaslu in inverno per la terza volta, come ho fatto per il Nanga Parbat prima di raggiungerlo. Potrebbe anche essere un altro risultato storico. Per me sarebbe la mia quinta scalata invernale e nessuno ha mai salito così tanti 8000 nella stagione invernale. La via di salita sarà decisa da campo base in modo da valutare attentamente la montagna e le condizioni della neve”.

Questa volta con Simone Moro ci saranno gli spagnoli Alex Txicon e Iñaki Alvarez. I tre alpinisti partiranno il 31 dicembre e il rientro è previsto per la fine di febbraio e i primi giorni di marzo.

Nella sua carriera alpinistica Simone Moro ha effettuato 18 spedizioni invernali in tutto il mondo.  Lui è il solo ad aver raggiunto 4 cime di 8000 metri in completa stagione invernale. Questi sono lo Shisha Pangma 8027 metri nel 2005, il Makalu 8463 metri nel 2009, il Gasherbrum 2 nel 2011 e il Nanga Parbat nel 2016.

 

Simone Moro racconta la traversata delle sue Orobie

Simone Moro Orobie

Orobie 20 20: 150 km di trekking e un centinaio di vette tra i 2000 e i 3000 metri. Così Simone Moro ha voluto ripercorrere le sue montagne che si trovano per buona parte in provincia di Bergamo, una delle zone più colpite dall’epidemia di Coronavirua, attraversandole da una parte all’altra.

Come è nato il progetto
Nel 2000 Mario Curnis, classe 1936 propose a Simone Moro di percorrere lo  spartiacque tra le province di Bergamo e quelle di Brescia, Sondrio e Lecco.

“Avevo vissuto un’esperienza memorabile ed entusiasmante con Mario – spiega  simone Moro –  Una cresta era riuscita ad unire due modi e due generazioni di alpinisti. Sin dall’inizio, avevo capito e ammirato la bellezza di un mondo selvaggio e avventuroso che avevo proprio fuori casa. Mi sembrava davvero impossibile che un tale progetto sulle creste non fosse mai stato realizzato. Nei miei archivi fotografici, quell’esperienza è catalogata come una vera e propria spedizione. Allora, io e Mario avevamo voluto dormire sempre in bivacchi, rifugi o baite, proprio per dare il senso che anche l’alpinismo di cresta e delle alte cime non si deve sottrarre alla tradizione di andar per rifugi, incontrare la gente, parlare con le sentinelle di quei luoghi. “Le più grandi cordate nascevano nei rifugi”, diceva Mario, e: “L’alpinismo del mordi e fuggi, del rientro a casa di corsa altrimenti la moglie o la morosa mi sgrida… non ha senso! Porta la morosa in montagna o al rifugio, ma bisogna avere tempo e calma”. Queste frasi e concetti erano e sono ancor oggi l’unica etica di Mario Curnis e li ho voluti mantenere e fare miei anche nella decisione di tornare quest’anno a ripetere, a vent’anni di distanza, questa lunga e non banale traversata.

“Le Orobie sono le mie montagne, quelle della provincia più martoriata dalla pandemia di inizio anno, quelle di gente che è abituata a lavorare duro, a resistere, con una ancor scarsa vocazione turistica, ma che proprio nel territorio e nel carattere ha il potenziale per smettere di considerarsi come luogo poco attraente o di secondo ordine rispetto alle blasonate montagne a Est e a Ovest della nostra provincia”.

Orobie 20-20

Poi, facendo un tuffo nel passato e nella memoria, è nato il progetto “Orobie 20-20” che Simone Moro ha deciso di condividere con Alessandro Gherardi, alpinista e grande conoscitore delle Orobie, oltre che suo amico.

“L’epilogo e l’evoluzione di questa seconda traversata, che ho compiuto in questo 2020 a distanza di 20 anni dalla mia prima con Mario Curnis, sono stati la riuscita completa nel mio intento e la conferma di un’amicizia rinsaldata con Alessandro che, dopo il secondo giorno di marcia, mi ha detto che mi avrebbe seguito percorrendo i sentieri e le bocchette a valle e le vette che c’erano da salire, senza percorrere con me le creste più esposte. Mi ha confessato che non si sentiva preparato tecnicamente e psicologicamente per quel tipo di terreno aereo e instabile e ha preferito così, in maniera molto onesta, palesare questo suo limite. Ho apprezzato molto questa cosa di lui, un gesto di saggezza e di onestà che mi ha messo subito di fronte al fatto che avrei dovuto fare da solo tutte le parti più difficili della traversata. “Beh, un bel modo di ripetere ed evolvere, rispetto a 20 anni fa”, pensai”.

Simone ha camminato ore e ore da solo con solo un walkie talkie a connetterlo con Alessandro. “Gli incontri avvenivano in vari punti lungo il percorso, nei pressi dei rifugi o su alcuni tratti più facili e vette più escursionistiche. Il fatto che fosse possibile seguirmi live ha permesso anche ad altre persone di coordinarsi e venirmi ad incontrare lungo il percorso. Nel 2000 io e Curnis avevamo incontrato una sola persona, sul Gleno: un uomo di 78 anni e poi più nessuno”.

Meno ghiaccio più fauna

“In Orobie 20-20 volevo anche verificare e confrontare lo stato dei ghiacciai orobici o quello che ne rimane rispetto alle loro condizioni del 2000. Volevo paragonare le foto che avrei scattato quest’anno con quelle che realizzai con Mario. Purtroppo, come era prevedibile, ho constatato la scomparsa di queste risorse di acqua in forma di ghiaccio, sostituite da grandissime pietraie. Dall’altro lato della medaglia, ho visto una fauna più presente e numerosa. Stambecchi, camosci, pernici bianche, marmotte e aquile sono presenti in numero importante e non sono per nulla intimoriti dall’uomo”.

Luoghi maestosi e meravigliosi che però sono molto meno noti rispetto ad altre montagne: “Le Orobie potrebbero e dovrebbero essere promosse”.

Il bilancio

“L’esplorazione è l’arte di mettersi in gioco e non ha luoghi né confini che ne determinino l’intensità e la purezza: è ovunque. Anche questo Orobie 20-20 finirà tra le avventure e le spedizioni che la vita mi ha dato l’occasione di vivere. Terminare la traversata al Rifugio Ratti/Cassin ai piani di Bobbio ha voluto essere un tributo e un ringraziamento ai grandi del passato, con Mario Curnis come alfiere, presente in carne e ossa ad attenderci e a testimoniarlo. La traversata stessa e il luogo in cui si è conclusa vogliono essere un ringraziamento al romanticismo di quell’alpinismo classico a cui questo viaggio per creste appartiene. Gradi, cronometro, stile, o record non sono vocaboli o parametri che fanno parte dell’andar per creste sulle Orobie. È stato un modo, forse il miglior modo per me ed Alessandro, per tornare a un tempo che c’era, quello di suo papà Angelo, e quello dei pionieri del passato. Lo stesso compiuto già da Pietro Medici, il tagliapietre di Castione che 150 anni fa con Antonio Curò salì per la prima volta la Presolana, 2521 m, la regina e simbolo delle Orobie, definendo la cima come “una lunga cresta senza un vero punto dominante”. Anche per questa traversata, che io e Alessandro abbiamo compiuto un secolo e mezzo dopo la pionieristica salita di Medici e Curò alla Presolana, non posso definire né identificare un solo punto
dominante del viaggio a fil di cielo, ma ricordo solo le creste, gli infiniti su e giù durante i quali le cime erano solo i punti che dovevo superare per vedere la continuazione di questa linea infinita e naturale. È la metafora dell’andar per monti in qualsiasi parte del pianeta, dagli Ottomila fino alle colline più dolci. La vetta è sempre e solo un punto di passaggio e mai di arrivo, perché la felicità e la passione non risiedono in una destinazione ma nel percorso. Importante è identificare il proprio e mettersi in cammino”.