La spedizione di Sophie Lavaud fino al tetto del Canada
L’alpinista Sophie Lavaud, atleta del team Millet, ha raggiunto il 2 giugno la cima del Monte Logan (5.959 metri), la montagna più alta del Canada, al termine di una spedizione nel remoto territorio dello Yukon. L’impresa si è svolta in uno degli ambienti più selvaggi e inospitali del Nord America, tra immense distese glaciali, temperature vicine ai -30°C e condizioni meteorologiche particolarmente difficili. Per l’alpinista, nota per le sue numerose ascensioni in Himalaya, si è trattato di un’esperienza molto diversa rispetto alle grandi montagne asiatiche. L’avvicinamento alla vetta è avvenuto con gli sci e trainando le tradizionali pulka, le slitte utilizzate nelle spedizioni polari, lungo un percorso impegnativo che ha richiesto grande resistenza fisica e capacità di adattamento.
Lavaud ha definito l’ascesa al Monte Logan come una delle spedizioni più dure della sua carriera, sottolineando il fascino di un territorio estremo dove la natura domina incontrastata. Oltre alla sfida sportiva, la spedizione ha avuto anche una componente di citizen science, contribuendo alla raccolta di dati e osservazioni utili alla ricerca scientifica in un’area particolarmente sensibile ai cambiamenti climatici.
“Di ritorno dalla spedizione sul Monte Logan, la mia mente è ancora affollata di pensieri e ricordi, a pochi giorni dal raggiungimento della vetta. Tre cose rimangono profondamente impresse nella mia memoria: l’isolamento assoluto, la distesa infinita di ghiaccio a perdita d’occhio, il freddo intenso e costante, e l’energia che si deve continuamente spendere per spostarsi da un campo all’altro – ha spiegato Sophie Lavaud – Questa spedizione è stata un’esperienza nuova e unica, molto diversa dall’Himalaya. Una volta che il piccolo aereo ti lascia sul ghiacciaio, sei completamente da solo. Con gli sci e le pulka l’avanzamento segue un ritmo diverso: una prima salita verso il campo successivo per nascondere l’attrezzatura e il cibo in buche scavate nella neve, seguita da un secondo viaggio per spostare l’intero campo: due tende, una piccola tenda cucina e una tenda bagno. Giorno dopo giorno, abbiamo avanzato in questa vasta e incontaminata terra selvaggia”.
“L’atmosfera era fantastica, con una piccola squadra meravigliosa: Ulysse (sue le foto in questa pagina, ndr) dietro la macchina da presa, Pascal e David, la nostra guida del Québec, che ha svolto un lavoro eccezionale. La sua profonda conoscenza della montagna è stata preziosa, soprattutto durante i periodi di maltempo e nebbia fitta. Già al Campo 1, a 3.300 metri, siamo stati colpiti da una tempesta incredibile, con raffiche di vento che hanno raggiunto i 150 km/h. Abbiamo passato un intero pomeriggio aggrappati alla tenda, sperando che non venisse strappata via. Grazie ai nostri muri di neve e alla disciplina di David — che ci spingeva costantemente a mettere in sicurezza ogni campo con cura — non abbiamo subito alcun danno! Il freddo, tuttavia, è stato un compagno costante e ha reso assolutamente tutto più difficile. A quelle temperature tutto si congela, tutto si rompe. Una mattina ho rotto l’attacco di uno sci a causa del ghiaccio. Miracolosamente ha continuato a funzionare abbastanza bene da permetterci di proseguire. Senza quel briciolo di fortuna, la spedizione si sarebbe probabilmente conclusa in quel preciso momento. Questa immersione nel Grande Nord rimarrà con me per sempre e si colloca tra le spedizioni più impegnative che io abbia vissuto negli ultimi anni. Un enorme ringraziamento a Ulysse per il suo supporto, la sua compagnia e il suo occhio dietro la macchina da presa, e a David per la sua inestimabile esperienza, il suo buon umore al mattino presto e la sua straordinaria padronanza del terreno”.








